23/05/2005

Rubrica

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Una delle poche volte in cui ho scritto di un libro non letto, del quale avevo assistito alla presentazione, un lettore indignato rivendicò i soldi spesi, a suo dire male, per l’acquisto di quel libro sulla base delle mie parole.

Me la cavai spedendogli un altro libro e quando il lettore mi rispose, indignato, che non era di suo gradimento capii che poteva trattarsi di uno psicopatico, o qualcuno con gusti letterari diversi dai miei, e mi ripromisi di scrivere di libri letti anche solo in qualche pagina.

“Perceber” di Leonardo Colombati (Sironi) non l’ho neanche sfogliato, premessa necessaria per evitare e-mail di protesta che, nel caso, potete inviare all’Editore.

Il libro è stato presentato in anteprima alla Fiera del Libro di Torino e a Roma, all’Officina Arte al Borghetto, deposito Fiat trasformato in spazio culturale segnalato al pubblico numeroso e altolocato da fiaccole che si confondevano con il chiarore della sera non fredda.

A presentare il libro, provenienti da “Nuovi Argomenti” dove collabora lo stesso Colombati, Mario Desiati Alessandro Piperno e Enzo Siciliano.

“Perceber”, si legge nel sito Sironi, è un chiassoso romanzo eroicomico sul Nulla in cui si combinano la Cabala e la pornografia, il rock e il Caffè-concerto, la psicanalisi e l’idealismo berkeleyano, il feng-shui e l’architettura futurista, la cronaca e il Mito.

Il romanzo narra le vicende sovrapposte di tre personaggi bizzarri, un giornalista un medico ossessionato dal sogno di due gemelle ritratte sulla copertina di un disco rock, elemento cabalistico, e un avvocato in pensione che cercherà di realizzare un fantomatico Piano avente ad oggetto Roma.

L’escamotage narrativo per sovrapporre giornalista medico e avvocato è l’amputazione della gamba di un passante causata da un tram il 6 luglio 2000, data che forse nella Cabala vuol dire qualcosa.

La gamba amputata sparisce sullo sfondo di mafia cinese, rabbini, puttane, statue parlanti, personaggi realmente esistiti e una cittadina spagnola, la Perceber del titolo, dove sono vietati il silenzio il bianco e lo zero.

Leggendo le note editoriali, ascoltando Leonardo Colombati e Giulio Mozzi, Editore e ideatore dell’operazione Perceber, si ha l’impressione che l’attrazione del libro consista nella pienezza non solo quantitativa, nell’affollamento di spunti personaggi situazioni riferimenti colti e popolari, Mito e Cabala, ammesso che qualcuno sappia cos’è il Mito e cos’è la Cabala, nell’ambizione, non nascosta, di aver prodotto un romanzo di difficile comprensione, “illeggibile” ha scritto un critico specificando che non sempre trattasi di insulto.

L’esordio di Colombati e i suoi sostenitori.

Desiati racconta di aver introdotto il dattiloscritto di “Perceber” in redazione “mentre le principali case editrici se lo contendevano”, stimolando la curiosità di Piperno e Siciliano.

Piperno, che allora aveva scritto ma non pubblicato il libro che gli avrebbe dato fama polemiche e molti paragoni scomodi, contattò Colombati e scoprì più di una affinità, “stesse feste, stessa difficoltà a indignarsi, in fuga da un’adolescenza dorata (Piperno lo dice in francese ma qui non mi sembrava il caso), pensiamo solo a mangiare (Piperno lo dice in romanesco ma qui non mi sembrava il caso), appassionati di Saul Bellow e letteratura americana, viviamo e lavoriamo a Roma”.

Roma è la vera protagonista di questa cosa che assomiglia ad una corrente letteraria, senza scomodare illustri predecessori non paragonabili ad autori trentenni al primo libro.

Colombati dichiara di avere iniziato a scoprire la bellezza di Roma quando soggiornò all’estero per due anni e al rientro iniziò “un progetto folle nato da un spunto polemico, fare una mappa topografica di Roma, raccontare quartiere per quartiere per colmare una carenza della letteratura degli ultimi trent’anni, il cinema italiano se gira un film a Roma fa in modo che non si capisca inquadrando il gasometro della Magliana ma non il Colosseo”.

A parte che verrebbe da chiedersi quali film vede Colombati, il progetto ambizioso prende corpo e diventa “Perceber” ammantato di quell’energia positiva che genera scambi e collaborazioni.

Desiati Piperno e Colombati diventano amici, collaboratori di “Nuovi Argomenti” e buoni clienti della ristorazione romana.

Siciliano, paragonato da Piperno “al Padreterno”, attribuisce a Colombati una scrittura “trasparente” e evidenzia le similitudini con il romanzo inglese del Settecento, in un contesto nel quale abbondano i complimenti.

Mozzi conosce Colombati e capisce di avere di fronte “non solo un autore ma un artista vero, la persona più civilmente scapestrata che conosco”, lo pubblica, spende di tasca sua quattrocento Euro per il sito www.perceber.com e si dice “contento che il libro sia riuscito a farsi conoscere”, indipendentemente dalle vendite.

Dal canto suo Colombati, come Piperno, si dichiara un lettore forte, “tutto iniziò con il Tom Jones di Fielding che mi regalarono quando avevo dieci anni, sono appassionato di romanzi, Bellow e la letteratura americana, se leggo Roth desidero vivere a New York che invece è uno dei posti più brutti del mondo, mi sono proposto di fare lo stesso per Roma”.

Scrittori esordienti accomunati dall’urgenza di sottolineare che, nonostante il cazzeggio la vita ostentatamente altolocata la gioventù dorata le belle giacche, aspetti per nulla deprecabili, hanno letto i classici, quasi potrebbero citarli a memoria, e se a qualcuno devono ispirarsi sono Musil o La Capria i russi o i gli ebrei americani, mai che citassero a modello “I love shopping” di Sophie Kinsella.

Tuttavia Piperno e Colombati hanno il merito di aver rilanciato, indipendentemente da giudizi qualitativi, il genere “romanzo” risvegliando la letteratura italiana intristita da minimalismo e scimmiottamento dei giovani scrittori americani prodotti in vitro nelle scuole di scrittura.

Piperno ambisce a scrivere un ciclo di romanzi con gli stessi personaggi alla maniera di Balzac, anche la Kinsella lo fa nei libri shopaholic, e Colombati scrive il libro d’esordio con “tutto quello che so negli ultimi vent’anni” trasmettendo, alla faccia di ogni minimalismo, voglia di fare. di annarita | 23/05/2005
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